I Troll del diritto d'Autore e la censura.

Note sul «Copyright troll» e il soffocamento della libertà d’espressione.

L’esistenza umana è fatta di diverse categorie di persone. Alcune vivono nella società facendo finta di rispettarne le regole in modo da poterne trarne profitto.

 

È chiaro che una persona che si dedica all’arte, deve vivere stando in una situazione economica dignitosa.

Nasce quindi, in un contesto dove per vivere servono i soldi per qualsiasi cosa, l’esigenza che il proprio lavoro come artista venga riconosciuto dalla comunità, perché essendo l’arte un qualcosa che ha valore economico solo se riconosciuta come tale, bisogna che ci sia un contesto che attribuisca all’opera artistica un valore monetario.

Solo da questo primo punto nasce già un primo problema: qualcuno si immette nel circuito “artistico”, promuovendo un contesto che presenterà un certo tipo di opere in modo ripetitivo, fino a quando non si dirà delle opere presentate: questa è arte! (con la erre moscia)

In realtà l’arte dovrebbe essere qualcosa che riguarda l’esigenza dell’essere umano di esprimere qualcos’altro che a livello razionale ancora non capisce. Per questo il fatto che essa debba in un certo senso essere riconosciuta come “arte” con criteri di mercato… insomma, non ci sono parole per proseguire, ma si capisce che di artistico qui c’è ben poco.

 

L’arte clonata.

Un contesto massivo, fatto di gruppi sociali, dove ognuno di questi gruppi ha sue esigenze di vita, e dove ogni gruppo si nutre di alcuni contesti culturali, ma in realtà sono i contesti culturali a nutrirsi degli individui che partecipano a questi gruppi. Si crea quindi un sistema di codipendenza dove le correnti culturali si rompono nel momento in cui è finita “l’energia vitale da succhiare” (passatemi il termine ma è per farvi capire), e quindi si necessita di una nuova eggregora che possa veicolare le energie verso altri sistemi di vita funzionali a scopi politici, il più delle volte non dichiarati.

La cultura quindi è un sistema della politica per far accettare ai suoi sottoposti un qualcosa che naturalmente non accetterebbero.

E la cultura… non è necessariamente l’arte. Benché a molti piace pensare che “arte e cultura” siano un unico “tag” o “etichetta” da usare sui blog per indicare un contesto in cui le persone camminano con in mano un bicchiere di prosecco mentre guardano cose appese alle pareti di cui nessuno capisce il significato. Compreso l’autore o presunto tale.

 

 

Quindi l’evento “artistico” è frequentato da persone che non capisco l’arte, e a cui interessa solo acquisire conoscenze in campo istituzionale, o conoscere persone che gli possano far comodo, cioè da utilizzare per i propri interessi.

Ne nasce quindi un contesto nocivo, in cui qualsiasi persona che abbia la voglia di esprimere un qualcosa, viene soffocata da chi non comprende neanche quello che è scritto in queste righe.

 

Allora la persona che vuole esprimersi, deve trovare una via di fuga, un posto dove ancora non è giunto nessuno, e dove possa finalmente essere compreso da qualcuno simile a lui.

Dove andare?

In rete si trovano notizie di vario tipo su occasioni irripetibili, in cui finalmente esprimere le proprie potenzialità, che siano esse arti visive, o opere musicali, o testi scritti, oppure la danza, non devi fare altro che andare in un determinato posto, a una determinata ora, e lì finalmente potrai essere te stesso!

Ma poi scopri che tutte le persone che vanno in questo luogo suggerito, che sia esso fisico, o in un sito web, sono lì per tentare di scavalcare un muro da loro stessi creato. Si crea il muro per paura che altri lo valichino, ma poi si fa fatica a superarlo per arrivare dall’altra parte. Lì dove ci sarà il giusto riconoscimento che la società ti dovrebbe dare.

 

Ma non bisogna pretendere tanto, e bisogna ripiegare su qualcosa di meno pretenzioso.

Ci si potrebbe allora dedicare all’arte di strada. Magari dipingendo davanti alla Torre Eiffel, come nell’immaginario collettivo quando si pensa all’artista che cerca ispirazione davanti ad un monumento di grande importanza.

Si potrà dire in seguito, presentando prove fotografiche del momento in cui “l’artista” dipingeva davanti al monumento:«eccolo nel periodo di maggior produzione».

Questa idea turistica dell’arte, crea poi quei fenomeni commerciali, dove vie di città storiche come Firenze, vengono affollate di ritrattisti e pittori di paesaggi vari, che sembrano ognuno la copia dell’altro. Essi utilizzano il luogo storico per dare l’impressione che ci sia un “movimento artistico” di persone che attingono alla loro creatività in un luogo di grande importanza storica.

 

 

In realtà è un modo come un altro per tirare a campare. Ho conosciuto anche persone presso un ostello di Firenze, che erano entrate in un meccanismo dove c’era una certa quota da pagare per occupare il suolo pubblico, e avere la possibilità di vendere i propri ritratti.

Di conseguenza questo tipo di situazione obbliga l’immaginario pittore preso dall’ispirazione del momento che dipinge in mezzo alla strada, a pagare per stare lì. Perché in un mondo di regole, e di mercato, se esistesse la possibilità di dire «sono qui in questo luogo storico perché sto cercando l’ispirazione, e quindi perché dovrei pagare per dipingere?», ci sarebbero migliaia di persone che fingendosi tutti presi dall’ispirazione creerebbero dei veri e propri mercatini. La cosa poi darebbe fastidio a qualcuno, e poi si chiederebbe a chi occupa il suolo pubblico di pagare una tassa e di richiedere dei permessi per questa attività (e quindi il cerchio si chiude).

 

Voglio citare un avvenimento abbastanza recente riguardo il riconosciuto pittore Ken Howard, che nell’agosto scorso si è trovato in difficoltà nel eseguire la sua consueta attività di pittura all’aperto a Piazza San Marco.

 

 

Giustamente, chi dovrebbe certificare che questo pittore sia riconosciuto? Perché non può essere riconosciuto chiunque?

Sono domande che in campo artistico dovrebbero essere lecite, in quanto l’arte nel momento in cui viene ingabbiata in dei parametri, dove qualcuno deve decidere cosa è arte e cosa no, allora è la fine della libertà d’espressione. E vedete come non si può razionalmente spiegare questa cosa, e viene improprio pensare a tasse e permessi, per un qualcosa che dovrebbe essere senza fini di lucro, e fatta nei momenti in cui si ha voglia di farla.

 

Il contesto economico vigente però, spinge le persone a cercare di guadagnare in qualsiasi modo, e non importa come e se questo avrà conseguenze negative sugli altri. L’inesistenza di un qualcosa come i Programmi di Lavoro Garantito che a me piacciono tanto, e che permetterebbe l’ingresso nel mondo del lavoro di tutte le persone che in realtà non hanno alcun interesse artistico, lasciando spazio libero a chi preso realmente dall’ispirazione, si mettesse a dipingere al centro di Venezia, o su un prato della maremma. Cioè: dove gli pare a lui. Perché mi viene da dire, che se vengo preso dall’ispirazione, non devo necessariamente rispettare i canoni dell’artista riconosciuto, dove gli altri lo possano ammirare durante la sua attività. A questo punto si vedrebbe emergere un’arte che viene dalla spontaneità, lasciando a casa tutto un mercato inutile e ripetitivo, che occupa solo spazio vitale. Dove molte persone vogliono imitare il mondo dell’arte che ha acquisito autorevolezza e quindi valore economico. Non ci dobbiamo meravigliare poi di quei fenomeni d’arte moderna in cui si cerca di creare un qualcosa di vuoto, che però ha valore di mercato, e dove le opere d’arte vengono scambiate nello stesso modo in cui si scambiano prodotti finanziari. Anzi, le opere d’arte diventano prodotti finanziari stessi, pubblicizzati da un sistema autoreferenziale che mantiene alto il valore delle “opere”, anche se si dovesse trattare di fogli bianchi.

 

L’arte obbligata.

Allora una persona che ha voglia di esprimersi va alla ricerca di altri canali. Di luoghi in cui sentirsi a suo agio e fare qualcosa di creativo. Internet dà la possibilità di divulgare le proprie opere con la limitazione dello schermo elettronico e della sua risoluzione.

Le persone possono vedere video o foto di vari artisti. Oppure possono ascoltare la musica attraverso delle cuffie, in qualunque luogo si trovino.

Sappiamo che questo è limitante, in quando io posso fare le migliori foto del mondo, ma se un altro le osserverà da uno smartphone avrà sicuramente una prospettiva diversa rispetto a quando uno si reca alla pinacoteca di Brera, e si siede su una panchina per osservare un quadro, prendendosi tutto il tempo che serve a comprendere le opere.

 

pinacoteca di Brera

 

Io l’ho fatto, quello di andare a Brera e sedermi per guardare i quadri. Ed è tutta un’altra cosa rispetto ad entrare momentaneamente in un sito internet per guardare delle immagini, che seppur siano belle, non dispongono di quel tipo di spazio fisico, che esclude tutto il resto, e che crea quel rapporto ipnotico di immersione nell’opera stessa.

 

Ma come dicevo, gli spazi sono sempre più preclusi, da ambienti autoreferenziali che occupano tutto, e che occupando tutto creano imitatori che volendo nel grande e nel piccolo trarne profitto, cercano di emulare i prodotti culturali di tendenza.

E quindi si spera in internet dove ognuno in linea teorica potrebbe avere gli spazi suoi; ad esempio la «corrente» di pensiero (diciamo così) del Creative Commons ispira persone che partono dal concetto che ciascuno potrebbe creare qualcosa da qualcos’altro, e ognuno può apportare modifiche e aggiunte contribuendo così ad una grande comunità di persone che non ragionano in termini di lucro, ma in un mondo dove si crea liberamente.

Qualcuno sicuramente obbietterà che in realtà questo mondo non sempre è rappresentato da opere gratuite, ma di fatto sappiamo grossomodo che questo mondo produce opere dove il riutilizzo con scopi non commerciali è la norma.

 

Mi piace preparare dei filmati, e scegliere musiche di sottofondo che siano di pubblico dominio o sotto una licenza che permette l’uso gratuito a patto che il filmato non sia utilizzato per trarne profitto.

Ma siccome viviamo in un mondo dove molti fanno finta di essere rispettosi delle regole, interpretandole a modo loro...

 

Cos’è il «Copyright troll».

Ad un certo punto mi sono chiesto come mai, dei video che avevo montato con musiche sotto licenza creative commons, venissero reclamati da qualcuno che diceva di «detenere i diritti di quel brano».

 

La società adrev.net, riconosciuta da youtube, impone la monetizzazione del video a favore del “presunto” autore.

 

Ci sono delle società dove registrare come opere proprie, cose che nessuno ha registrato in modo ufficiale, perché messe in rete con licenza creative commons. Dove questa licenza viene attribuita in che modo? Semplicemente indicando nel sito, che tipo di licenza si vuole attribuire.

Si capisce subito che in un contesto internazionale, se un’opera viene rilasciata sotto creative commons, e un altro la registra come opera propria, è chiaro che quest’ultimo avrà ragione di reclamare un suo diritto d’autore, anche se l’opera non è sua.

In un contesto dove internet ragiona al di fuori dei contesti nazionali, dove ogni luogo ha le sue leggi in merito, alcune società possono essere il grimaldello per imporre la monetizzazione in video caricati su grandi gruppi come quello di YouTube, dove in teoria non ci dovrebbe essere nessuna monetizzazione. Violando quindi il diritto d’autore non riconosciuto, ma reale e potenzialmente riconoscibile, di chi ha rilasciato in internet del materiale dichiarando che questo può essere usato sì, ma solo per generare altro materiale audiovisivo con lo stesso tipo di licenza.

 

In realtà, per come la penso io, l’arte dovrebbe essere tutta non commerciale. In un contesto in cui il benessere è stato diffuso, e dove nessuno pretende brevetti su invenzioni od altro. Molte volte anche nel campo scientifico due gruppi di lavoro che neanche si conoscevano tra di loro, sono giunti alle stesse conclusioni, nello stesso periodo. E solo successivamente si sono accorti di questo fatto. Quindi il diritto d’autore crea problemi in queste situazioni dove le informazioni in realtà circolano nell’etere, senza badare al concetto di copyright.

Nella realtà dei fatti, si vivrebbe molto meglio senza alcun diritto d’autore inteso come lo intendiamo oggi, se il contesto di partenza fosse quello di una società non competitiva, dove ciascuno partecipa alle attività economiche in modo sano. È chiaro che un mondo fatto di tasse, multe e scocciature burocratiche, impone che l’artista debba prima essere riconosciuto tale da un potere (quello che impone tasse, multe e burocrazia), che lo finanzi non tanto per produrre le opere d’arte, ma per pagare tutti quei costi imposti dal sistema stesso, che ti soffoca e non ti fa respirare.

Se il sistema fosse liberato da costi inutili, ognuno potrebbe avere il tempo e l’ispirazione per fare quello che desidera in campo artistico. Mentre invece un orario di lavoro sulle 40 ore settimanali ti impone di metterti o dalla parte di chi fa l’artista per lavoro; o dalla parte di chi deve lavorare per la semplice sussistenza. Ed in entrambi i casi il tutto viene fatto innaturalmente per «stare sul mercato».

E se non vuoi stare sul mercato qualcuno ti obbliga a starci, altrimenti i guadagni di quello che fai se li prenderà lui. Nella logica che allora bisogna monetizzare tutto, creando una situazione dove le idee non possano scorrere liberamente.

 

La censura in nome del «diritto d’autore».

Quando un contenuto di un video, non è gradito in termini politici, il modo per censurarlo sui grandi canali di comunicazione è quello di farlo passare come «contenuto che viola il diritto d’autore». Per questo spero che qualcuno mi segua nell’idea di un internet diverso, dove le persone non faranno più totale affidamento a questi grandi gruppi, che poi sentendosi più forti e monopolisti assoluti, possono decidere come pilotare i contenuti multimediali, secondo la loro politica.

 

Riepilogo.

  1. Gli spazi artistici fisici sono già tutti occupati.

  2. L’arte clonata non ha alcun significato, se non nel garantire la saturazione degli spazi in cui l’arte potrebbe esprimersi.

  3. La mancanza di lavoro, spinge le persone ad occupare impropriamente spazi che altrimenti non avrebbero neanche considerato esistessero.

  4. I soldi non servono tanto a fare opere d’arte, ma a mantenersi in un sistema che annichilisce chi non ha i soldi.

  5. Il diritto d’autore è un arma contro il diritto dell’autore.

  6. Solo una società del benessere permette libertà d’espressione.

 

Per maggiori informazioni sul «Copyright troll», ho trovato questo sito in inglese a riguardo: https://copyright-trolls.com di cui ho dato una letta veloce dato che l’argomento è abbastanza intuibile. Non garantisco però per la genuinità del sito stesso.

 

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