Lettera #9 (24 marzo 2013)

Domenica 24 marzo 2013

Mia cara amata Laura,

perché non riesco a sentir la tua voce?

 

Ho passato qualche giorno a struggermi per te, perché mi manchi e non ci sei.

Poi ho avuto un momento di rabbia, e ti ho esclusa dalla mia vita.

Avevo voglia di rifarmi una vita, e quindi sono andato in uno di quei posti dove si incontrano i single. Che vengono chiamati single perché hanno pagato il biglietto di ingresso, altrimenti verrebbero chiamati sfigati. È tutta una questione di portafoglio.

 

Nonostante il mio amore per te è una costante in tutti i tempi, ho partecipato ad uno di quei giochi dove tutte le persone si mettono sedute ad un tavolo lungo, con i maschi da una parte, e le femmine dall'altra; e dove ognuno ha circa 2 minuti per capire se la persona che ha davanti gli va bene.

Non avevo mai partecipato ad uno di questi incontri. Però li avevo visti fare nei film, e quindi ho pensato che bello sarebbe stato conoscere tante ragazze una in fila all'altra.

 

Il regolamento del gioco è rigoroso, ci spiegano all'ingresso. Tutti i partecipanti, una volta che si è stabilito chi partecipa e chi non vuole partecipare, si preparano in fila e poi si mettono seduti ai loro posti, e ogni due minuti una delle due file deve scalare di un posto, in modo che tutti i maschi parlino con tutte le femmine.

Così ciascuno a circa un minuto per presentarsi a l'altro o a l'altra.

Io mi sono preparato un foglietto con su scritto cosa devo dire, anche perché quello non è un posto da sfigati, e quindi bisogna dire delle cose intelligenti.

Il foglietto recita così:

Ciao mi chiamo Marco, e sono nato a Roma. Mi piace ascoltare musica, cantare, ballare, recitare, cucinare, hobby, sport, lavoro e tempo libero. Hai visto l'ultimo film di Woody Allen?

 

Molti sono riusciti così, a portarsi la tipa fuori dal locale.

Io quindi, mentre ero intento a gustarmi la vittoria, nella sicurezza di avere uno spazio in cui le regole fossero prestabilite, e dove nessun imprevisto potesse accadere, mi sono seduto davanti alla prima ragazza e ho cominciato a parlare. E lei anche!

Ci siamo messi d'accordo per parlare uno alla volta, e tempo che ci siamo messi d'accordo, sono passati i due minuti.

Va bene così, ho pensato. Si trattava del primo incontro di due minuti, e dovevo far pratica.

Mi sposto sulla sedia a fianco, e mi siedo.

La gestrice del locale però, interrompe il gioco, e dice che siccome sono anni che le regole erano sempre le stesse, si sarebbe fatto in maniera diversa per vedere se c'erano altri modi migliori di fare questi incontri.

Quindi le regole erano ora queste: si estraevano a sorte altre persone da far entrare nel gioco, mentre altre ne uscivano. Poi il tempo non era più quello fisso dei due minuti, ma veniva deciso dalla gestrice di volta in volta.

Quindi mi sono trovato a parlare con qualche ragazza per un minuto, e con altre per 10.

In certi casi mi sono ritrovato a parlare di tutta la filmografia di Woody Allen.

 

Poi ad un certo punto la gestrice del locale decide che il tempo doveva essere di 30 secondi, e la volta successiva di 30 minuti.

La ragazza dei 30 secondi che era capitata a me, era qualcosa da infarto. Un qualcosa che col solo sguardo ti faceva sciogliere come un ghiacciolo. Non ho avuto neanche il tempo di dire “a”.

La ragazza (se così si può chiamare) dei trenta minuti, non era brutta; e non era neanche bella.

A dir la verità la questione non era la bellezza, ma il fatto che fosse nevrotica come un cavallo imbottito di roba per farlo correre di più.

Mentre lei mi raccontava di quando da piccola una volta a tentato di castrare il fratello, io continuavo a sognare di essere al posto del tizio accanto a me, che ora stava parlando con quella ragazza che io tanto desideravo, per ben trenta minuti. Mentre io ero davanti a questa persona insopportabile, che sembrava farmi delle cattiverie apposta.

Mi chiedevo, e gli chiedevo, per quale motivo lei fosse lì; e se avesse realmente il desiderio di incontrare qualcuno, o solo di sfogare la sua cattiveria.

 

Oh Laura, forse è un segno del destino che non vuole che io abbia altra donna che te.

 

Finiti i trenta minuti, io avevo ingurgitato qualcosa come due super cocktail alcolici, con dentro non so cosa, pur di resistere a quell'esperienza infame.

 

Poi è arrivato il momento dell'incontro libero, dove ognuno poteva scegliere la persona che più gli piaceva.

Io ero come stordito. Il tempo di riprendermi, e la ragazza che ti faceva sciogliere come un ghiacciolo era come scomparsa nel nulla; forse mai esistita.

 

Mi sono avviato verso l'uscita, con la sensazione che avevo sbagliato a tradirti, seppur solo con il pensiero. E che quindi era ora di rientrare a casa.

 

Ripenso ancora al tizio che era seduto accanto a me, che ha avuto la fortuna di parlare con lei. Penso a lui, come ad un rivale già conosciuto da qualche parte. E come se assomigliasse ad una persona già vista, sia nei comportamenti che nei lineamenti. Una persona che non ho mai potuto digerire, anche se questa persona non esiste, ma è come se fosse sempre esistita.

E questo inconsciamente mi innervosiva, ma senza capire il perché. Come se ci fosse un atto di stregoneria, a far manifestare in me questi sentimenti, che in fondo, non sono i miei.

 

Forse Laura, tu sei l'unica donna che devo amare. Lo ammetto sono sconfitto.

 

Mentre sono sulla strada fuori dal locale, ho una sensazione di rabbia che cresce dentro di me. Mentre penso a quella pazza nevrotica che parlava con me, trovo un cacciavite per strada, e comincio a rigare tutte le macchine parcheggiate da un lato della strada. Arrivato in fondo alla strada, una pattuglia dei carabinieri mi ferma e mi chiede:«tutto apposto?»

«No, mi manca ancora l'altro lato della strada», gli rispondo io.

 

Ora Laura, mi sto incamminando per raggiungerti. Non prima però di aver finito il lavoro con il cacciavite.

 

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