Il Cosa e il Come.

Ho ripreso un vecchio post di Luttazzi, e lo ho trascritto arricchendolo con tutte le note a margine che in rete non si trovano. Quindi ciò che è scritto sotto è opera sua.

Il motivo per cui ripubblico questo post, è perché Luttazzi ha chiuso il vecchio sito. Poi perché questo post di Luttazzi, è valido più che mai ancora oggi, e non solo per Beppe Grillo.

I meccanismi di manipolazione, sono sempre simili tra di loro, cambia il più delle volte l'aspetto superficiale. Leggere questo post aiuta a capire tante cose.

Tra parentesi, secondo me Dario Fo se la tira da “libero satiro”. E questa è una mia impressione, ma non potevo farne a meno di scriverla.

Buona lettura.

***

Il cosa e il come

di Daniele Luttazzi

(11 settembre 2007)

 

Su Beppe Grillo ho tutta una serie di riserve che riguardano il cosa e il come. Spunti per una riflessione, niente di più: Grillo è ormai un tesoro nazionale come ( fatevi da soli il paragone: è la “democrazia dal basso” ) e a caval donato non si guarda in bocca. Certo non mi auguro che finisca come Benigni, a declamare Dante in braccio a Mastella. (Il Benigni di vent’anni fa si sarebbe fatto prendere in braccio da Mastella solo per pisciargli addosso. E una volta l’ha fatto! Bei tempi.)

 

Avvertenza ai figli di buona donna
I figli di buona donna che allignano nei bassifondi della repubblica mediatica saranno tentati di strumentalizzare questo post (“LUTTAZZI CONTRO GRILLO”) per dare addosso in modo becero a Beppe, come hanno già fatto inventandosi l’insulto a Marco Biagi durante il V-day. L’alternativa è che me ne stia zitto per evitare l’ennesimo circo: ma dovete ammettere che il tema è troppo interessante; e tacere sarebbe, in fondo, come subire il ricatto dei figli di buona donna. Ho aspettato tre giorni, così almeno ho evitato il rendez-vous immediato. (L’informazione all’italiana prevede infatti: giorno uno, la notizia; giorno due, la polemica; giorno tre, i commenti sulla polemica; giorno quattro: parlare d’altro. E invece eccomi qua.) Se questa precauzione non dovesse bastare, vorrà dire che chi ne approfitterà finirà dritto dritto in uno speciale elenco dei bastardi che mi stanno sulle palle. (Sul quaderno apposito ho già scritto “volume uno”.)

 

IL COSA
In soldoni, la proposta di legge per cui Grillo ha raccolto 300mila firme mi sembra che faccia acqua da tutte le parti.

 

Primo, perché un parlamentare con più di due legislature è una persona la cui esperienza può fare del bene al Paese. Pensiamo a gente del calibro di Berlinguer o di Pertini (talenti che non ci sono più, ma questo è un problema che non risolvi con una legge, ci vorrebbe il voodoo). Grillo li manderebbe a casa dopo due legislature, in automatico. Perché “i politici sono nostri dipendenti.” Le accuse di populismo che gli vengono rivolte sono qui fondatissime, specie quando le rigetta usando non argomenti che entrino nel merito, ma lo sfottò, che è sempre reazionario. (“Gli intellettuali con il cuore a sinistra e il portafoglio a destra hanno evocato il qualunquismo, il populismo, la demagogia, uno con la barba ha anche citato, lui può farlo, Aristofane, per spiegare il V-day.” Non è “uno con la barba”: è il sindaco di Venezia Massimo Cacciari, filosofo, che ha espresso civilmente il suo parere contrario, argomentando.)

 

Due, perché chi è condannato in primo e secondo grado non lo è ancora in modo definitivo. In Italia i gradi di giudizio sono tre. Il problema da risolvere è la lentezza della giustizia. I magistrati devono avere più mezzi, tutto qui. (“Tutto qui” è ovviamente l’understatement del secolo.)

 

C, perché poter esprimere la preferenza per il candidato ha dei pro e dei contro che si bilanciano (come capita nel modo attuale). In passato, ad esempio, poter esprimere la preferenza non ha impedito ai partiti di far eleggere chi volevano (collegi preferenziali eccetera). Né ha impedito alla gente di scegliere, col voto di preferenza, degli autentici filibustieri.

L’illusione alimentata da Grillo è che una legge possa risolvere la pochezza umana. Questa è demagogia.

 

IL COME

Ma non è solo il cosa. E’ soprattutto IL COME. Un esempio: dato che Di Pietro ha aderito alla sua iniziativa, Grillo ha detto:«Di Pietro è uno per bene.» Brrrr. Quindi chi non la pensa come Grillo non lo è? Populismo.

 

L’anno scorso, a Padova, gli “amici di Grillo” avevano riempito il palazzetto dove avrei fatto il mio monologo con volantini WANTED che mostravano la foto dei politici condannati. Li ho fatti togliere spiegandone la demagogia: gli amici di Grillo puri e buoni contro i nemici cattivi. Quando arriva Django?

 

Lenny Bruce sosteneva, a ragione, che chi fa satira non è migliore dei suoi bersagli. Se parli alla pancia, certo che riempi le piazze, ma non è “democrazia dal basso”: al massimo è flash-mobbing.*

 

* Grillo e Di Pietro sono entrambi clienti della Casaleggio Associati, agenzia di marketing web che si ispira all'attività del Bivings Group.
(cfr. http://www.bivingsreport.com/2006/the-internets-role-in-political-campaigns) [se il link non funziona, scaricate questo PDF che dovrebbe avere lo stesso contenuto]
Quella che grillo spaccia per “democrazia dal basso” in realtà è una campagna di manipolazione dell'opinione pubblica che segue strategie di Guerrilla advertising: teasing (il blog, le insersioni a pagamento sui quotidiani); guerrilla (meet up, V-day); consolidating (liste civiche col bollino blu, Movimento di liberazione nazionale).
(cfr. http://www.casaleggio.it/thefutureofpolitics/)

 

AMBIGUITA’
Grillo si guarda bene dallo sciogliere la sua ambiguità di fondo: che non è quella di fare politica (satira e teatro sono politici da sempre, anche se oggi c’è bisogno di scomodare Luciano Canfora per ricordarcelo) («Canforaaaaa!»), ma quella di ergersi a leader di un movimento politico volendo continuare a fare satira. E’ un passo che Dario Fo non ha mai fatto. La satira è contro il potere. Contro ogni potere, anche quello della satira. La logica del potere è il numero. Uno smette di fare satira quando si fa forte del numero di chi lo segue. Grillo il problema manco se lo pone*. (La demagogia è naif. Lo sa bene Bossi, che ieri gli ha pure dato dell’esagerato: perché una cosa sono i fucili, una cosa ben diversa è il vaffanculo.)

 

* Il populismo è cercare consensi usando luoghi comuni di facile presa. Quando la folla si raduna in piazza per un motivo diverso dall'arte, chi sale sul palco è lì a cercare un consenso in vista di un obbiettivo, raccogliere firme (V-day, piazza Navona). Diventa un'attività partitica: l'oratore si fa leader di una massa, si fa forte della forza (partitica) che il numero gli dà. (Grillo: “il V-day è servito a contarci”.) Più facile raggiungere l'obiettivo se si usano luoghi comuni: questo il rischio, che poi in effetti si è verificato. Grillo ha fatto firmare proposte belenghe usando argomenti facili (con le proposte del V-day 2, fra l'altro, quotidiani indipendenti come “il manifesto” finiscono per chiudere e restano in edicola solo i quotidiani dei grossi gruppi industriali. Chi glielo ha spiegato quel giorno alla gente in piazza? Non certo Grillo: lui voleva far firmare più gente possibile. E con lui tutti in coro:“Vaffanculo” Al “Manifesto”?!?)
Va inoltre considerato che il pubblico stesso è colpevole del populismo dell'oratore, quando lo accetta e lo sollecita con ovazioni. Psicologia della folla: c'è un piacere del demandare a un leader la responsabilità delle scelte. Regressione all'infanzia.
Non si deve confondere questo atteggiamento con quello dell'artista e del suo pubblico. Ogni artista vuole raggiungere il pubblico più ampio possibile, ma non per dirgli cosa fare: solo per comunicare la sua arte. Come la piazza favorisce il populismo, il teatro favorisce l'arte: la trasformazione personale, promossa nel pubblico dall'arte, viene lasciata libera. Il populismo plagia il suo pubblico, l'arte lo rispetta.

 

Se uno ha un progetto (le idee) e una struttura (i meet up) è già a capo di un partito. Nulla di male, ma non è più satira. Il leader politico dice ai seguaci cosa devono fare. L'artista satirico lascia il suo pubblico libero di decidere sul da farsi. Scusate, ma c'è tutta la differenza del mondo.

 

Scegli, Beppe! Magari nascesse ufficialmente il tuo partito! I tuoi spettacoli diventerebbero a tutti gli effetti dei comizi politici e nessuno dei tuoi fan dovrebbe più pagare il biglietto d’ingresso. Oooops!*

 

* Quattro mesi dopo questo post, nel gennaio 2008, sono nate dai meet up le liste civiche col bollino blu di Beppe Grillo. In buona sostanza, Grillo alimenta la politica dei meet up tramite monologhi cui assistono, a pagamento, i membri dei meet up. É il cane che si ciuccia il pisello. Contenti loro.

 

2 Giugno 2009, elezioni amministrative. Grillo: “Prima io facevo spettacoli, e adesso faccio dei comizi, che sono leciti e consentiti dalla legge. Per depistare e farci spendere di più, dicono che se ci sono io non è comizio, è spettacolo. Ah ah ah ah. É spettacolo e allora devi spendere molto di più, devi avere i vigili del fuoco, la sicurezza. Allora devo fare comizi che non siano spettacoli. Quindi devo vietare alla gente di ridere o di ridere di nascosto. È pazzesco”.

 

Pazzesco? No: sono gli effetti paradossali dell'ambiguità. Ce n'è uno più essenziale: il satirico Grillo, sia in spettacolo che in comizio, si guarda bene dal fare satira sulle sue liste civiche o sul proprio programma elettorale. Inevitabile: la satira esprime un punto di vista; e se è vero che ogni punto di vista è opinabile, non per questo è necessariamente pregiudiziale; ma lo diventa se fai attivismo partitico. Il satirico che fa attività di partito non è più credibile come satirico.

 

«I partiti sono il cancro della democrazia.» dice Grillo, servendosi di una cavolata demagogica che era già classica all’epoca di Guglielmo Giannini. Come quell’altra, secondo cui “in Italia nulla è cambiato dall’8 settembre del 1943”. Buonasera.

Adesso Grillo esalta la democrazia di internet con la stessa foga con cui dieci anni fa sul palco spaccava un computer con una mazza per opporsi alla nuova schiavitù moderna inventata da Gates. La gente applaudiva estasiata allora, così come applaude estasiata ora. Si applaude l’enfasi.

 

Il marketing di Grillo ha successo perché individua un bisogno profondo: quello dell’agire collettivo. Senza la dimensione collettiva, negata oggi dallo Stato e dal mercato, l’individuo resta indifeso, perde i suoi diritti, non può più essere rappresentato, viene manipolato. E’ questo il grido disperato che nessuno ascolta. La soluzione ai problemi sociali, economici e culturali del nostro Paese può essere solo collettiva. A quel punto diventerebbe semplice, anche per Grillo, dire:«Non sono il vostro leader. Pensate col vostro cervello. Siate voi il cambiamento che volete vedere nel mondo.»*

 

* Al V-day di Bologna, la lista dei parlamentari condannati viene proiettata sui maxischermi usando il sitema operativo XP (evidenziato anche dal logo nel logo dello start in basso a sinistra sui maxischermi), lo stesso sistema operativo che Grillo, più avanti nella serata, sputtanerà allo scopo di esaltare i software liberi. Basta poco per perdersi in un bicchier d'acqua.

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